La vertigine dell'immobilità incommensurabile
1.
Qualcuno associa la vertigine al movimento, all'emozione che ci dà il guardare in basso durante un movimento discendente, all'accelerazione del metabolismo e dei riflessi durante un tuffo in mare da una roccia strapiombante o una discesa dalle montagne russe. Ma la vera e profonda essenza della vertigine mi pare quella di una sensazione statica, che si origina non dalla contemplazione istantanea del vuoto o del vuoto che sta in basso, l'abisso, ma, piuttosto, da una percezione stordente dell'immensità.
La grande scala degli edifici e dei paesaggi, o dei progetti di edifici e di paesaggi, genera in noi un senso di vertigine: così agiscono il cielo notturno, terso e stellato, la sezione del cenotafio di Newton, la grande sfera immaginata da Boulleè, o una valle che si apra sotto di noi da una cengia o una terrazza in montagna.
Le condizioni percettive della grande scala sono la grande distanza e l'immobilità che ne deriva. Nel cielo notturno roteano lontanissime le stelle e anche nella valle dabbasso ferve la vita, magari vi scorre un torrente; ma tutto è così lontano da parere immobile. È una sensazione di immobilità, che si percepisce quando la scala dell'edificio o del panorama è al di là della nostra capacità di afferrarla e di ritenerla, a stordirci e a generare la vertigine: forse le visioni psichedeliche dell'astronauta Keir Dullea in "2001 Odissea nello spazio" sono solo un susseguirsi di vertigini.
Neppure dal movimento vorticoso di un gorgo si origina la vertigine; esso atterrisce e sgomenta perché appare immobile mentre inghiotte le sue vittime, come narra Edgar Allan Poe attraverso la testimonianza di un marinaio che restò sospeso nel Mäelstrom fino a che esso si dissolse sotto di lui.
2.
Distogliamo gli occhi con un senso di vertigine anche dalle trame di una stoffa o dal sovrapporsi di schemi di circuiti elettronici, visti attraverso i binocoli del microscopio. Vertigine ci dà il malessere per l'incommensurabile, di cui non riusciamo neppure a concepire l'estensione al di fuori del settore della nostra visione, ma anche il malessere per ciò che è fisicamente insostenibile perché si percepisce interminabile; il bisogno di finitezza è infatti un costante adeguare il mondo ai nostri sensi. Quando un fenomeno non ha più termini di durata e intensità, compare la vertigine: un dolore troppo intenso, anche dell'animo (- e caddi come corpo morto cade -, Dante, Inferno, V, 142 ); uno stimolo di piacere sessuale ripetuto all'eccesso (le "macchine per il godimento" che il marchese De Sade immagina per Juliette); un clangore nato dalla cacofonia di molti suoni o semplicemente una musica che incateni accordi senza risolventi.
Le visioni pittoriche di Kaspar David Friedrich ("le scogliere di Rügen", "viandante sul mare di nebbia") non inducono la stessa vertigine di un'incisione di Escher, un'architettura virtuale dalle molteplici prospettive: i paesaggi del romantico tedesco ci permettono infatti di controllare l'estensione della nostra "visione" dello spazio assai meglio degli spazi immaginati da Escher, che ricordano la sensazione di vertigine avvertibile levando gli occhi tra le crociere e le arcate di una cattedrale gotica, magari mentre si fanno indistinte nella luce affievolita di un pomeriggio invernale…
3.
-Con l'occhio della mente- (in the mind's eye), la bella espressione di Shakespeare, è divenuta di uso comune per indicare un lavorio di contemplazione onirica, visione rivelatrice degli accadimenti della nostra vita. Con l'occhio della mente Amleto contempla il mondo e soffre sicuramente di vertigine: ricordate quando si interroga sulle forme che le nuvole possono assumere, assecondato dallo scettico Polonius?
Lo sguardo fisso dell'ipnotizzatore traspone l'occhio della sua mente nel paziente: un'immobilità insondabile e insostenibile, vertiginosamente incommensurabile, a cui si sfugge appunto cadendo in trance.
Ecco alcuni versi di Goethe (siate indulgenti con la traduzione) che hanno un effetto quasi ipnotico sul lettore:
Über allen Gipfeln
ist Ruh;
in allen Wipfeln
spürest du
kaum einen Hauch;
die Vögelein schweigen im Walde.
Warte nur, balde
ruhest du auch.
Su tutte le cime
vi è quiete;
su nessuna vetta
si avverte
un alito di vento;
gli uccellini tacciono nel bosco.
Devi soltanto attendere, presto
anche tu riposerai.
Incontriamo qui l'apparente immobilità del tempo, la suprema fonte di vertigine.
1 commento:
sia chiaro..rispecchia le mie idee alla perfezione e serba celati alcuni semi sbocciati già in precedenti miei umili scritti, ma DICIAMOLO ho fatto copia e incolla da una pagina web.
Posta un commento